|
Introduzione alla Meditazione Sumarah
Sumarah è una filosofia di vita e una forma di meditazione originaria di
Giava.
La pratica si basa sullo sviluppo della recettività e dell'accettazione
attraverso il rilassamento profondo di corpo, cuore e mente. Lo scopo è
quello di creare dentro di noi lo spazio e il silenzio necessario
affinché il vero sé si manifesti e ci parli.
Sumarah è una forma di meditazione basata sull'accettazione di ciò che
è. Nella pratica Sumarah si parte dal concetto della nostra umanità,
nella consapevolezza che l'impegno è necessario, ma lo sforzo eccessivo
spesso non è che un'altra faccia dell'ambizione del nostro ego. Nella
meditazione Sumarah non ci sono regole precise e fisse, come un modo
particolare di respirare, una tecnica per aiutare la concentrazione, una
posizione da tenere durante la pratica.
Secondo Sumarah, poiché la vita è perenne movimento e la realtà cambia
di continuo, non abbiamo in realtà altra scelta se non quella di
imparare a rispettare la nostra condizione momento per momento,
accettando ciò che è e nello stesso tempo non sviluppando eccesivo
attaccamento. Sumarah non offre soluzioni, non promette salvezza, non
garantisce successo. Semplicemente essa può essere un mezzo, un aiuto,
una luce o anche solo uno spazio di riposo.
La meditazione Sumarah, lungi dall'essere una scelta di separazione
dalla realtà, è principalmente un modo, uno strumento di vita, per la
vita e nella vita e non un fine in se stessa. Il mezzo ci serve per
arrivare in un posto; una volta arrivati dobbiamo lasciarlo andare. Come
disse una volta un maestro indiano a un suo discepolo: "Tu sei arrivato
dall'Europa in aereo, poi hai preso un treno e infine un taxi. Ora sei
qui e hai lasciato l'aereo all'aeroporto, il treno alla stazione e il
taxi per la strada...o no?"
I giavanesi definiscono la vita come "niente di più che una sosta sul
cammino per bere un bicchiere di tè". La meditazione è uno strumento
prezioso per aiutarci a fermarci e a ricordare che si tratta solo di una
sosta e solo di un bicchiere di tè.
In sintesi, secondo Sumarah, la meditazione è uno strumento per
camminare nel mondo e attraversare la vita nel migliore modo
possibile.
Ecco perché Sumarah ama usare l'espressione tapa ramai, il 'ritiro
chiassoso', un modo di imparare a praticare la pace nel bel mezzo del
campo di battaglia e il silenzio nel chiasso.
La pratica Sumarah si divide in due momenti connessi, ma distinti,
entrambi fondamentali: quello della meditazione 'speciale' e quello
della meditazione 'quotidiana'.
La meditazione 'speciale' è così chiamata in contrapposizione alla
'normalità' del quotidiano. E' il momento speciale in cui ci sediamo per
rilassarci e aprirci a ricevere la guida; è un'opportunità per praticare
a lasciare andare le tensioni fisiche, emotive e mentali; è un momento
di riposo totale per il corpo e un esercizio per diventare consapevoli
dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni; un'occasione per lasciare
andare quei concetti a cui sempre facciamo riferimento e che troppo
spesso sono un ostacolo alla manifestazione del nostro vero sé. In
Sumarah non vi sono regole precise per la meditazione 'speciale'. Anche
se è considerata una buona disciplina dedicarvi un po' di tempo sia il
mattino appena svegli, che la sera prima dell'imbrunire, è lasciato alla
scelta individuale quanto e quando meditare; è tuttavia considerato
importante imparare a riconoscere, durante la giornata, quei momenti in
cui uno sente che è giusto per fermarsi e sedersi a meditare.
La meditazione 'speciale' oltre che individuale può anche essere di
gruppo. Solitamente vi è una sola persona che funge da guida (pamong),
ma vi sono anche gruppi dove la guida viene fatta passare a turno tra i
diversi partecipanti. In generale la meditazione 'speciale' è più facile
e più intensa in gruppo che da soli. Ogni meditazione 'speciale' avrà la
sua durata, la sua qualità e il suo sapore particolari.
Un giorno una ragazza che già da parecchi anni praticava altri tipi di
meditazione e che era da poco arrivata dall'India, chiese al pamong:
"Durante la pratica della meditazione siamo solitamente seduti in un
luogo tranquillo, insieme a persone con idee e intenzioni simili alle
nostre. L'atmosfera è favorevole e il più delle volte è presente un
maestro o una guida più matura e più avanti nella pratica. Tutto questo
mi sembra che agevoli il raggiungimento della concentrazione, del
rilassamento, della pace interiore. Come è possibile che una condizione
simile si verifichi in un luogo rumoroso e caotico, in mezzo a persone
che competono tra loro o in una atmosfera inquinata sia fisicamente che
psichicamente?"
La risposta fu un'antica massima giavanese: "Se cerchi la luce vai nel
buio". Praticare nella pace e nel silenzio, tra persone amiche e in un
ambiente favorevole è senz'altro buono e anche necessario, soprattutto
all'inizio. In un tale tipo di pratica sono però insiti due pericoli:
quello di usare la meditazione come strumento di fuga dalla realtà ogni
qualvolta quest'ultima non ci piaccia e quello di affezionarsi a uno
stato interiore che può facilmente degenerare nell'autocompiacimento. Al
contrario, praticare là dove (apparentemente) non vi è luce, in
condizioni sfavorevoli e difficili, è un ottimo allenamento perché dopo
un po' che si è al buio si comincia a vedere e ad apprezzare la piccola
luce. Ciò che è buono per l'ego di solito è male per l'anima e
viceversa.
Infine impariamo a non stupirci del fatto che la meditazione non è
sempre un'esperienza piacevole. E' infatti un luogo comune pensare che
'essere in meditazione' equivalga a essere in pace con se stessi e col
mondo, quando non addirittura in uno stato di perfetta beatitudine.
Questo a volte può anche avvenire, ma il più delle volte la meditazione
Sumarah è un processo di pulizia e di riconoscimento delle parti più
nascoste di noi stessi.
Vedere la realtà non è sempre piacevole. Tuttavia 'vedere' è
consapevolezza.
Quando ci sediamo a meditare il più delle volte siamo pieni di
aspettative, carichi di desideri e di speranze e già questo da solo ci
impedisce un vero rilassamento. Facciamo fatica a liberarci
dall'ambizione di riuscire a essere dei bravi meditanti e a rinunciare a
utilizzare la nostra forza di volontà. La maggioranza di noi è stata
educata a considerare ambizione e volontà come condizioni necessarie per
la riuscita. Molto presto ci accorgiamo che questo nella pratica
spirituale non funziona affatto.
Il primo passo è quello di ammettere, di riconoscere la nostra
condizione e in ciò la qualità più importante è l'onestà. Spesso la
verità ci prende alla sprovvista; spesso ci appaiono ombre che non
sapevamo neppure esistessero.
Non è facile descrivere cosa realmente avvenga in una seduta di
meditazione, come ben sa chiunque abbia una pratica in questo senso.
Infatti, anche se l'energia è una e la guida è una, esse vengono
sperimentate in modo diverso da ciascuno, a seconda dei bisogni e
dell'evoluzione individuali. Le sedute di meditazione Sumarah possono
essere molto diverse le une dalle altre e soprattutto non sono mai
quello che ci si aspetta. Al contrario, gli avvenimenti salienti, i
momenti importanti sembrano invariabilmente prenderci di sorpresa.
Forse il modo migliore per dare un'idea di come si svolga una seduta di
meditazione Sumarah, è raccontarne una. Quanto segue è tratto dal diario
di Laura.
"Pak Wondo [il pamong] stasera era in uno di quei suoi umori di fuoco
che, devo ammetterlo, mi piacciono moltissimo. La meditazione è iniziata
quasi subito senza troppi convenevoli. Dopo circa cinque minuti
dall'inizio ho pensato che era davvero un peccato che non avessi con me
il registratore. Mezzo minuto dopo Pak Wondo commentava: "Questa seduta
avrebbe dovuto essere registrata."
"Qui ciò che conta non è la teoria, ma la pratica. Ma attenzione,
pratica non vuole dire solo le azioni esteriori. La contemplazione e
l'introspezione riguardano anche le azioni interiori, ossia ciò che non
si vede solo perché non lo si esprime. Morire non è una questione
teorica, ma qualcosa di molto pratico... Allah ... Allah ...
Allah...
Spesso chi pratica meditazione fa ancora l'errore di usare la
meditazione per risolvere ciò che non va bene nella propria vita, ciò
che non piace, ciò che disturba. La meditazione invece, è uno strumento
prima di tutto per smantellare, per aprire, svelare. Questo crea spazio,
porta aria fresca, pulizia e gradualmente realizza la purificazione.
Affinché ciò avvenga, da parte nostra è solo necessario ammettere quello
che non va. Noi lo sappiamo, in verità lo sappiamo sempre. Bisogna avere
il coraggio della confessione e in ciò la cosa fondamentale è
l'onestà.
Allah ... Allah.
Tutto ciò che noi facciamo lo possiamo fare solo perché ci è data la
Vita. Un corpo senza Vita è un cadavere, la Vita senza un corpo è
spirito.
Allah... Allah ... Allah
In Sumarah non vi è alcun libro sacro. Il nostro libro sacro è la
Vita, eppure noi ancora troppo spesso è proprio della Vita che ci
dimentichiamo.
[Lungo silenzio]
Allah ... Allah ... Allah.
E' importante arrivare a sentire e sperimentare la Vita pura.
Allah ... Allah ... Allah.
Questo ci aiuta a ricordare. Noi dimentichiamo molto. Per esempio
dimentichiamo di chiedere scusa ai nostri stessi 'strumenti'. A
volte ricordiamo di chiedere scusa a un amico, a qualcuno della
famiglia, a Dio, ma mai a noi stessi. Perfino quello dimentichiamo:
noi stessi e anche questo succede perché dimentichiamo la vita.
Parliamo spesso delle cose della vita, dei nostri problemi, del
lavoro, delle relazioni, della nostra salute, parliamo del nostro
ego, ma mai del nostro vero sé. Il sé puro fa parte della grande
Vita. Noi ce ne dimentichiamo di continuo.
La pratica Sumarah non è quella di chiudere gli occhi, ma di cercare
nel piccolo, per poi trovarvi il grande. Questo è il rapporto tra
microcosmo e macrocosmo.
[Silenzio].
Può bastare. Grazie. Rispettate i vostri tempi e cercate di non
troncare il processo, ma di ritornare alla meditazione quotidiana
gradualmente, mantenendo questo stato interiore.
Rahayu...rahayu...rahayu.
|